Diario di bordo

Lo stupore è l’esercizio quotidiano che ci rende vivi

11 Aprile 2019

Ti racconto di come ho utilizzato l’autoritratto come esercizio quotidiano per allenare il mio stupore.

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C’è stato un momento della mia vita in cui per capire se fossi viva o morta dovevo auscultare il battito cardiaco con uno stetoscopio.

Quello è stato il momento in cui il mio legame con la fotografia ha sperimentato una direzione diversa: ho iniziato a utilizzare l’autoscatto come azione terapeutica di salvataggio, come atto d’amore verso me stessa.
Un periodo buio di ricordi e parole, come una storia di fantasmi visibile tra le trasparenze dei vetri appannati di incertezze e nello sguardo attraverso la macchina fotografica.

Forse è per questo che non ho mai abbandonato l’atto del fotografare me stessa.
Ogni immagine è per me viaggio e racconto delle tante emozioni che ho dentro quando guardo il mondo.
Quando fotografo ciò che vedo, fotografo me stessa.

Un concetto che si è ripresentato diverse volte nella mia vita e che, ogni volta, mi torna prezioso è essere una roccia e non rotolare via.

La prima volta ho letto questa frase nel testo dei Led Zeppelin, to be a rock and not to roll. Dopo cose vissute, case cambiate e nuove città, l’ho incontrato nuovamente nelle lezioni di yoga e nelle esercitazioni a teatro, in una posizione da assumere e tenere: in piedi con la forza nelle gambe, necessaria affinché nessuno spingendomi riuscisse a farmi cadere. Essere roccia, non rotolare via.
Una forma mentis che ho avuto cura di mettere in pratica. Sì, sono caduta. Sì, mi sono rialzata, sì ho pensato di mollare per un po’ e sì ho lottato. 

Quanto è bello quell’attimo in cui ci ricomponiamo? Come una danza, come una lotta, fare l’amore e fare la guerra alla sopravvivenza. La vita è questo attimo, quando dici a te stesso/a: ecco proprio così, proprio così. Ovunque sei, ovunque siamo.

Grazie alla fotografia, grazie all’espressione artistica, grazie agli autoritratti mi sono salvata, mi sono guardata, presente a me stessa in momenti in cui sentivo di sbiadire.
Mi sono fermata. Ho accolto alla specchio l’immagine di me stessa e me stessa, fino ri/conoscermi di nuovo.

Perché quando fotografo lo faccio con tutto il corpo, tenendo accesi i sensi all’immaginazione.
L’immaginazione è un forma di movimento, mi aiuta a essere connessa a tutto ciò che ancora può farmi meraviglia.

Quando scegliamo di essere fotografarci lo facciamo per raccontare una storia, e forse senza saperlo, vogliamo comunicarla prima di tutto a noi stessi. Questo è uno degli aspetti per cui sono grata alla fotografia: può avere un potere curativo, non trovi?

Continuiamo ad alimentare il nostro stupore.
Continuiamo ad allenare i muscoli facciali sorridendo fino al cuore.
Perché lo stupore è l’esercizio quotidiano che ci rende vivi.

Ti invito a scattarti una fotografia, e con essa il tuo stato d’animo. Non c’è bisogno necessariamente di condividerla, (o se ti va, in privato) ma potrebbe mostrati qualcosa in più, un ricordo sincero. Potrebbe essere terapeutico. Ti va?