Personal

La necessità di esprimersi, il bisogno di visuali d’ispirazione

2 Mar 2019

rhamely | ritratto | autoritratto | ispirazione
Quello che mi ispira è quello che porto nel cuore e non sempre passa attraverso lo sguardo di un macchina fotografica.

Cosa ispira il tuo lavoro?

Qualche giorno fa mi hanno posto questa domanda all’apparenza molto semplice. In quel momento ho intuito tre cose:

  • che la domanda è molto più profonda di quel che sembra
  • che l’altra persona attendeva una semplice risposta con lista di nomi di fotografi famosi, senza un perché
  • che avrei elaborato la vera risposta con un pò di tempo

 

Il ruolo di mio padre nella mia voglia di fare foto è una delle cose più vere e sincere che sento di dover dire, come prima cosa. A lui devo la passione ma soprattutto il modo di guardare alla fotografia come un atto d’amore. Per questo il suo nome sarà in cima ad ogni lista. Ma le mie visuali d’ispirazione e la mia espressione hanno anche altri ingredienti.

Dell’osservare

Osservare è il nostro bisogno continuo di visuali d’ispirazione. Amo sfogliare e collezionare i libri di fotografia, guardare le fotografie invecchiate sulle bancarelle vintage, le cartoline che la mamma collezionava dei suoi viaggi da ragazza, le lettere che la nonna e il nonno si scrivevano quando lui lavorava lontano da casa. I libri di storia dell’arte, gli artisti che non conosco, la stessa opera più volte per scoprire qualcosa che mi era sfuggito, le mostre e le gallerie d’arte. Le nuvole e i tramonti di un cielo che ogni giorno, dalla stessa finestra, sono sempre nuovi. I video sono la cosa che più mi riempie gli occhi e che in assoluto arricchisce di ispirazione i miei lavori. Le serie tv, i video musicali, le performance artistiche, la danza e il balletto classico, i film al cinema, i filmati in VHS di quando ero bambina, i film che mi sono persa negli anni e i film che riguardo volentieri.

Leggere. I libri sono stati la mia fonte di ispirazione e la scialuppa di salvataggio personale. Sin da bambina ho collezionato, negli angoli di spazio ritagliati della mia ricercata solitudine quotidiana, quante più pagine e parole potessi. (Anche la solitudine è un ingrediente fondamentale per la creatività, quella che basta per salvarsi, o immaginare di salvarsi, o nel più riuscito modo che è quello che poi ti salvi davvero). La libreria di casa, o delle case degli altri, erano qualcosa che calmava il mio respiro quando ero a disagio con persone nuove. Osservavo i libri disposti in modi personali o casuali nelle librerie, i titoli, le copertine, le illustrazioni, il susseguirsi di parole che creavano il mio immaginario personale e taciturno. Uno dei miei giochi preferiti resta tutt’ora quello di leggere i titoli uno di seguito all’altro cercando di creare frasi sensate. Osservavo le persone e i loro piccoli gesti.

Una delle cose che mi piace tanto è osservare lo stupore negli occhi delle persone quando provano quell’emozione silenziosa e personale, è sconvolgente e coinvolgente. Questo mi piace fotografare.

Della necessità di esprimersi

Di tutto quello che leggevo, di tutto quello che immaginavo, dovevo realizzare qualcosa, dovevo metterlo al di fuori di me, dovevo trasformare in concreto una possibilità di salvezza. Ho sempre avuto molto visioni fantastiche, nel senso di una immaginazione molto sviluppata e la mia prima espressione di un carattere creativo è stata la scrittura. Scrivere. A 7 anni scrivevo (nel quaderno che sarebbe stato il libro di storie scritte per mia sorella), che “la fantasia è un rifugio che avrebbe curato l’anima nel momento del bisogno”. Ho riempito quaderni a righe e a quadretti dalle copertine rigide nel corso degli anni, per i miei genitori, per un pubblico inventato e per me, nel futuro. Chi mi conosce da tempo lo sa, ho sempre un quaderno o un’agenda su cui scrivere in borsa. Mezzi racconti, testi musicali del mio periodo rock. E poi diari e diari e poesie. Poesie che nel momento più triste della mia adolescenza ho raccolto e pubblicato. Disegnare è stato il passo successivo per riempire gli spazi bianchi in vuoti da colmare, calmare. Trasformare lettere in simboli, gli scarabocchi in disegni. Dipingere, l’atto finale per arrivare a toccare tutto con le mani e abbandonare matite e pennelli. Ho scelto il corso di Pittura all’Accademia di Belle Arti non a caso (e continuo a essere felice di questa scelta perché è qui che mi sono ritrovata faccia a faccia con una macchina fotografica).

Dell’ascoltare

Musica. Io vivo con una colonna sonora sempre in testa e mai senza musica. Dalle cassette in auto nei viaggi con i miei genitori, a mamma che cantava Mina e la batteria di papà. E i pezzi ballati saltando sul letto con mia sorella. I tempi dell’adolescenza andati e raccontati tra le pagine dei testi scritti per rock band improvvisate, dei pomeriggi chiusi in sale insonorizzate, della psichedelia ricercata e inventata nelle improvvisazioni con basso chitarra e batteria per ore e ore lontane dai libri di scuola che la scuola era la vita. I dischi incisi in sale disordinate e madide di sudore, i pezzi stonati sulla spiaggia, le risate che puoi fare e condividere solo quando hai 16 anni e sei sicura che conquisterai il mondo. Della ricerca dei suoni perfetti, dei vinili originali sulle bancarelle dell’usato, della voce perfetta per il nuovo pezzo. E le bacchette spezzate, le corde da cambiare, i calli e le mani rotte. Dei poster nelle stanze, i video musicali, la storia del rock studiata e raccontata nei corsi dei mesi di occupazione a scuola. E ancora le promesse d’amore ai concerti d’estate, l’emozione di ascoltare dal vivo il tuo chitarrista preferito, le serate in memoria dell’artista morto troppo presto. Di tutto questo che ho vissuto sempre e solo per amore della musica, musica come vita. In una sola frase, citando i Pink Floyd “Remember when you where young, you shone like the sun. Shine on you crazy Diamond”.

Mare. Sono nata al mare. La casa dove adesso vive mia madre affaccia sulla spiaggia, precisamente di fronte Capri e Sorrento. Sì questa è stata una grande fortuna per noi figlie ma soprattutto frutto di sacrifici e ricerca accurata dei miei genitori per far crescere me e mia sorella in un posto così bello. Il mare, mare che scorre come linfa. La necessità delle onde, gli orizzonti che accolgono i ricordi, i sogni che sembrano più veri e realizzabili. Siediti in spiaggia e dimmi che non ti senti ispirato e grato per tutto quello che hai, dimmi se non ti senti motivato a fare ciò che desidera il tuo cuore. Dal mare ho imparato ad ascoltare la mia voce interiore, ad ascoltare i bisogni e i desideri, le emozioni degli altri per esserne in sintonia. Ecco come faccio a fare fotografia.

Dell’amore, in conclusione

Ancora dirò di essere stata fortunata a crescere in una tana d’amore che è la mia famiglia. L’amore è l’ingrediente segreto di tutte le cose. Amore che per me vuol dire passione, sentimento, emozione. Solo se ti emozioni puoi trasmettere emozione.

Ecco come mi piace fotografare, ecco come mi piace lavorare.

 

 

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