Personal

Lo stupore è l’esercizio quotidiano che ci rende vivi

11 Apr 2019

C’è stato un momento della mia vita in cui per capire se fossi viva o morta dovevo auscultare il battito cardiaco con uno stetoscopio. 

Distorsione. Punti di contatto. Realtà disfatte che si ricompongono a pezzi scomposti. Proviamo a raddrizzarci mentre ancora sfuggono significati poco significativi. Bombardati da immagini gratuite che non eccitano più i cuori stonati e gli organi caldi. Sensi assopiti per il troppo poco stupore che combattono contro un mondo saturo di post produzione che arrugginisce i condotti lacrimali. Vite sconnesse mentre connettiamo/scommettiamo su chi perde: che tanto non ho niente da perdere, che tanto non ho niente, che c’è tanto niente. Trascorriamo eterni istanti di angoscia esistenziale piangendo acido in cristalli che raccogliamo nei barattoli di vetro comprati all’Ikea per esporli in cucina, in ricordo di ieri di oggi e per domani, che tanto tra cinque minuti la crisi è passata.

Prima ci piaceva vivere ora sopravviviamo e ci sentiamo morti dentro, mentre cantiamo a squarciagola Forever Young. Ma, sorpresa, non siamo morti dentro, abbiamo solo perso il coraggio. Perché vogliamo scansare il dolore, perché vogliamo scappare via da tutto ciò che si avvicina al bene. E non perdoniamo per non provare nulla, e non ci perdoniamo per non provare amore e in questo nulla piangiamo i vuoti d’affetto che noi stessi creiamo. Ci accontentiamo di stare dietro alle cose, assopiti, piuttosto che al centro di tutto, vivi.

Attendiamo suoni metallici che ci ricordano quanto siamo belli, desiderabili e perfetti, ma, che spiacevole fortuna, lontani. Suoni come sirene di pronto soccorso che non sappiamo se ci salveranno, perché ci vuole impegno anche per essere salvati. Ecco perché non ci lasciamo avvicinare.

Disimpariamo la condivisione ogni giorno, dopo le ferite ricucite più volte, nel traffico di città e gli aliti pesanti di smog, ci affidiamo a noi stessi e amiamo senza innamorarci, che le farfalle volano via e resta la polvere da raccogliere e spargere da finestrini abbassati di treni troppo pieni di rancore che corrono su distese sconfinate di disillusioni.

Fermiamoci.

Accogliamoci allo specchio, disimpariamo e attendiamo, proviamo a ri/conoscerci di nuovo.

Linee di contorno come linee di confine da superare per essere connessi a tutto ciò che ancora può farci meraviglia.

Continuiamo.

Ad alimentare il nostro stupore.

Continuiamo.

Ad allenare i muscoli facciali sorridendo fino al cuore.

Scontornare i confini,

essere finalmente immagine.