Viaggi

Cronache dalla montagna

3 Ago 2018

Passo del Foscagno, (SO)

Ho salutato il mio ragazzo mentre salivo in vetta. Mi sono girata a guardarlo ed era un puntino piccolo, stava scomparendo e ho sentito che mi gridava: “vado a sedermi sulla sdraio.” Ho continuato il sentiero e mi sono seduta su una roccia a far pausa con le farfalle tra i capelli.

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Scoprendo la montagna ho scoperto anche che è bello farlo in solitudine. Volevo salire su. Ho il cuore più in alto adesso. Ho respirato con le braccia in aria, leggera. Ho aggiunto una pietra al cucuzzolo di pietre creato dai passanti tutte le volte che hanno fatto questo sentiero, mi sono sentita parte del tutto, essendo tutto e niente.

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Ed eccomi qui, faccia sfatta ma felice, mentre il vento non mi lascia e mi piace così. Sola, come la solitudine di tutti quelli che sanno di potercela fare a muoversi nel mondo, piano piano, a poco a poco. Una consapevolezza che si raggiunge con il tempo, salendo il sentiero, con i battiti accelerati, con la mancanza di qualcosa o qualcuno, con la ricompensa della soddisfazione verso te stessa.

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La montagna mi ha sbloccato il cuore e la parola. Anzi, preciso, per il cuore ha accelerato i battiti, ma ho sempre l’impressione che resti guardingo. Forse perché quassù il tempo cambia velocemente e c’è il sole e poi la pioggia e poi l’arcobaleno. E allora devi essere pronta o semplicemente accettare quello che non puoi controllare. Sarà questa la sfida, accettare quello che non puoi controllare?

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I corridoi degli hotel sono raccoglitori di suoni ovattati che arrivano dalle porte delle stanze chiuse. Televisori, chiacchiericci, risate, phon, acqua che scorre dai rubinetti. E poi vuoti immensi. Forse in quei vuoti le persone dentro le camere d’albergo si baciano, con quei baci silenziosi e belli che non fanno rumore. Rumore che fa rima con amore.

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“William legge un libro”

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“Ho indossato il vestito rosso per ascoltarti leggermi il tuo libro”

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“Quando la mia fronte è sul tuo cuore”

“William”

“William”

Dopo una notte insonne la luce arriva sempre grata. La prima cosa è stata prendere una tachipirina per riprendermi la testa, la seconda affacciarmi al balcone per riprendere conoscenza con la terra, la terza vestirmi, la quarta raggiungere una coppia seduta al sole sulla collina poco più avanti l’albergo dove alloggio. Sono avvolta nella sciarpa turchese e mi sto facendo riscaldare dai raggi del sole nascente con l’aria ancora fresca di primo mattino. Questa è la mia preghiera al sole in una specie di solitudine, che tutti gli incubi sciolga via.

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Prima di lasciare la stanza dell’hotel controllo una volta ancora nei cassetti e nell’armadio, pur sapendo di non aver messo nulla lì dentro. Mi guardo intorno, sulla mensola del bagno e in quella della doccia, sui comodini accanto a letto. Ho preso il caricabatterie? Sì. Eppure ho la sensazione di lasciare qualcosa. Chiudo la porta, ok. Sono in ascensore. Saluto Simone, nella reception, mi stringe la mano e mi dice buon rientro. Salgo in macchina. Guardo le montagne e la finestra di quella che è stata la mia stanza mentre le ruote grattano sulle pietre nel terreno del parcheggio. Ciao. La via è lunga ma poco prima della curva nello specchietto laterale la vedo.

Ho lasciato una parte di me, qui.

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“Abbiamo accostato la macchina sulla strada del ritorno per scattare questa foto in bianco e nero”

Instagram@rhamely