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Il museo è un posto sacro

18 Agosto 2019

museo | rhamely fotografa | diario

“Mother, where do you live? In the sky? The clouds? The sea? Show me your face. Give me a sign.” (The New World — T.Malick, 2005)

Il museo è un posto sacro in cui confessi a te stesso le tue paure.

Cammino da sola in una sala piena di gente. Osservo le cose e sento i miei passi sul pavimento che fanno quel rumore stridulo che non mi piace. Le opere esposte mi guardano protette da teche di vetro, c’è qualcosa che mi sussurra “vieni via con me”.

Padre, dove sei? Ti cerco in ogni posto, in mezzo alla folla, mi sembra di vederti. Aspetto talvolta la tua mano leggera e calda sul mio capo a perdonarmi. Aspetto talvolta un sospiro del tuo profumo come un abbraccio, in mezzo a tutta questa straordinaria vita che va. Aspetto talvolta il tuo conforto, il mio conforto.

Dove sei? Mi muovo in queste stanze belle e immense. Ti penso, se tu fossi qui con me…

Il museo è un posto sacro, come una chiesa in cui confessi a te stesso le tue paure e i tuoi desideri. Ammetto le mie colpe e chiedo il perdono per questo amore così grande che nascondo in manutenzione.

Padre perdonami se ho peccato, se ho dimenticato i tuoi occhi in qualche momento, se non ho ascoltato la tua voce in qualche occasione, se non ho saputo volermi bene in certi giorni. Potrai perdonarmi tu, lo so, e saprai volermi bene quando io non vorrò.

Come faccio a trovarti quando ho bisogno di te? Prego guardando un olio su tela come un Cristo in croce, tengo la mano sul cuore e assorbo i colori accostati e ti sento mentre la vita scorre. Sento la tua mano sulla mia spalla ma non riesco mai ad abbracciarti se non in sogno, che quando ti chiedo se ci sei davvero tu mi rispondi che devo aprire gli occhi e sorridi. Padre dove sei oggi che è più difficile, oggi che è più bello?

Con la testa inclinata giro attorno alle sculture, a piccoli passi. Sono certa che non coglierò mai tutti i dettagli ma percepisco le sensazioni, in sintonia con la materia e lo spazio.

Il museo mi accoglie austero in ogni stanza dalle pareti troppo bianche, mi invita a purificarmi. Capisco di sentirmi smarrita tra una profondità di una stanza e l’altra. Capisco di cercarti in questo posto silenzioso, al sicuro e protetto da un vetro, sento di sentirmi esposta come un pezzo di museo. E questa luce così forte illumina me.

Mancanze come alternanze. C’eri e non ci sei più, sto bene e poi non sto bene più. Ogni tanto mi sembra di sfiorare la felicità. Poi conto gli anni che ci separano e so che quelli condivisi sono così pochi rispetto a quelli che non avrò con te e questo mi stringe lo stomaco e non mi fa respirare.

Mi siedo e guardo un video in bianco e nero proiettato leggermente decentrato sulla parete. Sono leggermente decentrata anche io dal centro del mondo. Quando il video finisce smetto di piangere, e prendo l’uscita. Padre, padre mio, mi manchi. Solo a volte so dirlo ad alta voce

Sull’ultima parete, “Andrà tutto bene”. Finalmente ti ho trovato.

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→ MART, museo di arte moderna e contemporanea di Rovereto